Divulgo quello che ... non tutti dicono ... / Perchè il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione. (Edmund Burke)
sabato 19 novembre 2011
Costi politica: Fini, progetto di abolire vitalizio per ex parlamentare
Libia, catturato Saif al-Islam Gheddafi. Folla tenta linciaggio. L'Aja: "Datelo a noi"
venerdì 18 novembre 2011
Subito tagli a Palazzo Chigi Le Province tornano in bilico
Il premier vuole completare la riforma delle amministrazioni
Il riscatto economico dell’Italia non può prescindere da una gestione virtuosa della politica e della sua contabilità. Mario Monti lo ha detto a chiare lettere ieri in Senato spiegando che se ai cittadini sono richiesti sacrifici, gli organi elettivi saranno soggetti a «ineludibili interventi volti a contenerne i costi di funzionamento». Un richiamo «ad agire con sobrietà e attenzione», al fine di dare alla cittadinanza «un segnale concreto e immediato». Nessuno è esente: devono attenersi «i soggetti che ricoprono cariche elettive o i dirigenti designati politicamente nelle società di diritto privato finanziate con risorse pubbliche, più in generale chiunque rappresenti le istituzioni a livello politico e amministrativo». L’obiettivo è «allinearci rapidamente alle “best practices” europee», i sistemi politici virtuosi del Vecchio Continente. Una terapia a base di lotta a sprechi e privilegi, articolata su tre direttrici: «spending review» del Fondo unico della presidenza del Consiglio, razionalizzazione funzionale degli enti locali, e abolizione delle Province. L’ex commissario europeo parte proprio da casa sua, da Palazzo Chigi, l’istituzione più costosa d’Italia, con un budget in veloce ascesa agevolato dalla dimensione autonoma, o meglio svincolata dal controllo degli apparati statali di «auditing». Nonostante i tentativi di Giulio Tremonti, la gestione a briglia sciolta della presidenza ha fatto lievitare i costi a carico della cittadinanza, con 4,7 miliardi di euro spesi nel 2010, l’8% in più del 2008 e il 46% rispetto al 2006, come riporta l’Espresso. Un tesoretto di cui quasi mezzo miliardo speso in stipendi, indennità, affitti, missioni e comitati vari. E questo pur tenendo conto dell’emergenza per il terremoto in Abruzzo che ha pesato per 800 milioni di euro. Certo sarebbe diverso se si potessero ricondurre i conti di Palazzo Chigi sotto il controllo della Ragioneria, come accadeva prima del 1999 quando l’allora governo di centrosinistra li rese completamente autonomi. Non è chiaro se questa sarà la strada che Monti vuole percorrere ma da parte sua l’impegno è categorico e imperativo per tutti: «sobrietà».
Continua ...
http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/430462/
Vendola, grande delusione da Monti
Politica espansionistica della Nato spinge la Russia verso una guerra nucleare
MOSCA - La Russia sta perdendo il suo ruolo geopolitico. Il nemico è alle porte, e questo preoccupa. Nel silenzio, la Nato sta stringendo patti ed accordi con tutti i paesi già membri del blocco del patto di Varsavia. Il capo di Stato Maggiore russo Nikolai Makarov ha presentato la nuova versione della politica militare russa in un’audizione presso la Camera Pubblica Russa, un’istituzione consultiva della Duma, l’organo legislativo di Mosca. Preoccupa il gigante asiatico la politica espansionistica della Nato; recentemente l’Alleanza Atlantica ha proposto l’ingresso nel patto militare all’Ucraina e alla Georgia, già membri del patto di Varsavia e naturalmente sotto l’influenza sovietica. La situazione, pensano le autorità di Mosca, è sul punto di precipitare. “Se guardiamo cosa sta accadendo ai nostri confini”, dice Makarov, “è chiaro che il rischio di trascinare la Russia in una serie di conflitti regionali è salito in maniera sensibile. E a certe condizioni”, continua il generale, “conflitti regionali e locali potrebbero diventare una guerra aperta con ampio uso di armi nucleari”, ha detto il capo di Stato maggiore. Come è successo in Georgia, appunto, o in Cecenia, o per la crisi ucraina del gas: il desiderio dei paesi ex sovietici di riconnettersi al mondo occidentale fa sentire la Russia accerchiata in casa sua. E’ per questo che, con tali motivazioni, Mosca sta radicalmente cambiando la sua politica degli armamenti: complice anche la carenza di effettivi reclutabili -”la Russia non ha più giovani in età di reclutamento, siamo nel bel mezzo di una crisi demografica: è un problema molto serio”, ha detto Makarov – il piano è quello di fortificarsi. Di diventare una fortezza. Ovviamente non è più tempo di mura fortificate. Il piano è quello di aumentare le proprie difese, le proprie armi di contromisura. Sono già state commissionate alla Almaz-Antey, gigante delle armi russe, due sistemi di difesa a missili S-500, che dovranno essere pronti “entro due anni”; parliamo di sistemi d’arma che colpiscono a 500 km; il governo li ha commissionati “in grado di intercettare missili balistici e missili cruise ipersonici”. Accanto alla politica del riarmo ripartirà anche la politica degli accordi, ovvero il trattato START fra gli Stati Uniti e la Russia per la riduzione strategica degli armamenti stabili. E’ stato appena firmato da Barack Obama e Dimitri Medvedev una nuova versione dello Start che è ben più soddisfacente, dice il Capo di Stato Maggiore, rispetto a quello finora in vigore.
Quello che i media non dicono sul petrolio in Libia
Nel marasma della Libia dopo Gheddafi, è opinione diffusa che le rendite energetiche possono costituire il vero collante della riconciliazione nazionale. La Libia si sta impegnando per ripristinare la propria produzione ai livelli prebellici (1,6 mln di barili al giorno), ma non è affatto detto che ciò sarà possibile.
Dopo la presa di Tripoli, l'industria petrolifera riattivata su impulso del CNT si è attestata ad un livello di 300-400.000 barili al giorno. Secondo Nuri Berruien, il nuovo presidente della statale National Oil Co., la produzione potrebbe ritornare ai vecchi fasti in soli 15 mesi.
Più realisticamente, l'EIA calcola che potrà arrivare a 1,1 milioni entro la fine del 2012, ma il cammino potrebbe essere anche più lento. Ogni livello di 100.000 barili in più richiede investimenti e competenze di cui attualmente la Libia non dispone. Diversi giacimenti, raffinerie e terminal sono stati danneggiati e per recuperarli a pieno regime saranno necessari circa 30 miliardi di dollari. Servono anche tecnici stranieri, i quali non sono ancora tornati nel Paese per motivi di sicurezza.
Alcuni campi del sud del Sahara sono stati preda dei lealisti di Gheddafi decisi a vendicarsi. I libici stanno pompando petrolio da fonti orientali (Sarir e Mesla, 250.000 barili al giorno prima della guerra), gestite dalla statale Arabian Gulf Oil Co., anche se il livello di produzione non è chiaro.
Il bacino di Sirte sembra essere relativamente stabile in questo momento, ma la raffineria ha subito gravi danni. I giacimenti nel Fezzan e in particolare il campo Elephant, in condominio tra Eni e la spagnola Repsol, produce un quinto dei 330.000 barili al giorno di capacità potenziale.
La carenza di petrolio libico si è fatta sentire non poco sui nostri mercati. L'Europa ne ha sofferto direttamente, posto che l'80% dell'export libico era diretto verso il vecchio continente; nondimeno le quotazioni hanno registrato un evidente scossone.
Dopo l'inizio della rivolta libica il Brent è passato da 103 a 119 dollari al barile in soli tre giorni. Un impatto sproporzionato, se consideriamo che la guerra civile ha sottratto 1,2 milioni di barili al giorno in un mercato globale dove l'offerta eccedeva la domanda di quasi 2 milioni (perché da mesi l'Arabia Saudita produce più della sua quota Opec).
La spiegazione sta nel fatto che è la qualità piuttosto che la quantità di petrolio a formare il prezzo. Il greggio libico è di qualità sweet (a basso tenore di zolfo) e light (poco denso), tipologia ideale per la raffinazione a basso costo. Quello saudita viceversa è sour, ad alto tenore di zolfo. Rimpiazzare il petrolio libico con uno di qualità inferiore comporta maggiori costi di raffinazione, che le companies scaricano sui consumatori finali.
Inoltre, i mercati speculativi hanno rincarato la dose ponendo anche il rischio propagazione della rivolta(la rivolta libica rischiava di infiammare l'Algeria, altro importante produttore), nonché l'incertezza sulla durata di un conflitto di cui molti profetizzavano la cronicizzazione – ipotesi che non può ancora dirsi esclusa, viste le crescenti tensioni nella galassia tribale in cui è frammentato il Paese.
Nonostante tutto, i media continuano a riportare confortanti notizie sul rilancio della produzione petrolifera (qui e qui). D'altra parte, il blackout dell'informazione sulla Libia è noto da tempo.
Ciò che non viene riportato è quanto ha dichiarato in merito l'ex Primo ministro Mahmoud Jibril: il 60% delle riserve petrolifere in Libia è esaurito, per cui il governo dovrà cercare nuove fonti di reddito. I cosiddetti Amici della Libia hanno promesso aiuti solo sulla carta. Il denaro proveniente dai conti esteri di Gheddafi è ben inferiore ai 19 miliardi di dollari in un primo tempo congelati dalle autorità occidentali.
Il futuro della Libia rimane un'incognita.
Casa originale di questo articoloPiano nazionale residui: pesticidi, diossine, metalli pesanti, etc, in animali e alimenti di origine animale
Il Financial Times incorona Monti "Il suo discorso salvagente per l'Italia"
Il quotidiano della City di Londra in un editoriale promuove a pieni voti il nuovo premier dopo l'esordio in Senato: "Umile, mai conflittuale. Ha toccato i tasi giusti in economia e ha una strategia intelligente per conquistare gli italiani". "Può dare una chance al Paese"
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
Sempre più "soli" e tecnologici Così cambiano i bambini italiani
Secondo l'istituto nazionale di statistica, cresce la percentuale dei minori senza fratelli e di quelli che vivono con un solo genitore. Ma amano pc, internet e cellulari: fra gli 11 ed i 17 anni, il 93 per cento usa il telefonino
E la Lega Nord non rinuncia all'auto blu.
“La Russia è sull’orlo di una guerra nucleare”
Il capo di Stato Maggiore di Mosca lancia l’allarme
La Russia sta perdendo il suo ruolo geopolitico. Il nemico è alle porte, e questo preoccupa. Nel silenzio, la Nato sta stringendo patti ed accordi con tutti i paesi già membri del blocco del patto di Varsavia. Il capo di Stato Maggiore russo Nikolai Makarov ieri ha presentato la nuova versione della politica militare russa in un’audizione presso la Camera Pubblica Russa, un’istituzione consultiva della Duma – l’organo legislativo di Mosca.
LA RUSSIA HA PAURA – Preoccupa il gigante asiatico la politica espansionistica della Nato; recentemente l’Alleanza Atlantica ha proposto l’ingresso nel patto militare all’Ucraina e alla Georgia, già membri del patto di Varsavia e naturalmente sotto l’influenza sovietica. La situazione, pensano le autorità di Mosca, è sul punto di precipitare. “Se guardiamo cosa sta accadendo ai nostri confini”, dice Makarov, “è chiaro che il rischio di trascinare la Russia in una serie di conflitti regionali è salito in maniera sensibile. E a certe condizioni”, continua il generale, “conflitti regionali e locali potrebbero diventare una guerra aperta con ampio uso di armi nucleari”, ha detto il capo di Stato maggiore. Come è successo in Georgia, appunto, o in Cecenia, o per la crisi ucraina del gas: il desiderio dei paesi ex sovietici di riconnettersi al mondo occidentale fa sentire la Russia accerchiata in casa sua. E’ per questo che, con tali motivazioni, Mosca sta radicalmente cambiando la sua politica degli armamenti: complice anche la carenza di effettivi reclutabili -”la Russia non ha più giovani in età di reclutamento, siamo nel bel mezzo di una crisi demografica: è un problema molto serio”, ha detto Makarov – il piano è quello di fortificarsi. Di diventare una fortezza.
NUOVI ARMAMENTI – Ovviamente non è più tempo di mura fortificate. Il piano è quello di aumentare le proprie difese, le proprie armi di contromisura. Sono già state commissionate alla Almaz-Antey, gigante delle armi russe, due sistemi di difesa a missili S-500, che dovranno essere pronti “entro due anni”; parliamo di sistemi d’arma che colpiscono a 500 km; il governo li ha commissionati “in grado di intercettare missili balistici e missili cruise ipersonici”. Accanto alla politica del riarmo ripartirà anche la politica degli accordi, ovvero il trattato START fra gli Stati Uniti e la Russia per la riduzione strategica degli armamenti stabili. E’ stato appena firmato da Barack Obama e Dimitri Medvedev una nuova versione dello Start che è ben più soddisfacente, dice il Capo di Stato Maggiore, rispetto a quello finora in vigore.
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http://www.giornalettismo.com/archives/169789/la-russia-e-sullorlo-di-una-guerra-nucleare/
C’è della ganja in Danimarca. Libera
La droga verrebbe venduta tramite una rete di negozi dello stato a Copenaghen
La marijuana potrebbe presto essere legalizzata a Copenaghen, dopo che la città ha votato in massa a favore di uno schema che prevede la vendita della droga attraverso una rete di statale negozi e caffè.
LA PRIMA - Lo schema, se approvato dal parlamento danese all’inizio del prossimo anno, potrebbe renderebbe Copenhagen la prima a legalizzare pienamente la marijuana, piuttosto che semplicemente tollerarne il consumo. La droga viene già venduta apertamente nelle strade di Christiania, in una “zona franca” auto-proclamatasi nel centro della città, nonostante la chiusura dei coffee shop in stile Amsterdam nei dintorni nel 2004. In realtà, anche in questa zona, la marijuana non è mai stata ufficialmente depenalizzata e i consumatori fermati, in possesso di anche minime quantità, rischiano multe fino a 520 euro. Mikkel Warming, il responsabile in carica agli affari sociali al consiglio comunale di Copenhagen, ha spiegato: “Stiamo pensando a 30/40 punti di vendita al pubblico, dove i responsabili non sono interessati alla vendita in sé, ma più al consumatore. Da chi è meglio che i giovani acquistino marijuana? Da uno spacciatore che li vuole sfruttare di più, portandoli poi a comprare droghe pesanti, o da un funzionario pubblico?”.
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http://www.giornalettismo.com/archives/169997/ce-della-ganja-in-danimarca-libera/
