domenica 11 dicembre 2011

"Se non ora, quando?" Le donne tornano in piazza


"Se non le donne, chi?" è il titolo della nuova iniziativa del comitato femminile, dopo la manifestazione dello scorso 13 febbraio. A piazza del Popolo a Roma, un'iniziativa per inviare al governo Monti messaggi precisi sul ruolo delle donne nell'uscita dalla crisi: "Serve una democrazia paritaria". Tra proposte, strategia e tanta musica

ROMA - Le donne del movimento "Se Non Ora Quando 1" tornano in piazza oggi, a quasi un anno di distanza dal 13 febbraio. A Roma l'iniziativa è a piazza del Popolo a partire dalle 14.00. "Le donne hanno mostrato che la loro dignità è la dignità dell'Italia. E ora vogliono cambiarla, l'Italia" dice il movimento rinnovando l'appuntamento in piazza. "Il nuovo governo dice ciò che da tempo sosteniamo: non c'è crescita, né democrazia senza le donne, i loro interessi sono gli interessi del Paese. Ma sappiamo che è solo un inizio". 

Su queste basi,"Se non ora quando?" torna in piazza con le sue idee sul lavoro, maternità e servizi, rappresentanza e comunicazione. Per la giornata di oggi lo slogan sarà: "Se non le donne, chi?". "Senza una presenza forte e autonoma delle donne, il cambiamento non ci sarà", questa la base di partenza dell'iniziativa. E l'obiettivo della giornata è messo nero su bianco sul sito del comitato: "Vogliamo segnare questa stagione politica con la nostra forza, contare sulla scena pubblica. Vogliamo far capire che l'uscita dalla crisi passa attraverso il lavoro e il Welfare per le donne, e che per questo serve una democrazia paritaria e una nuova rappresentazione della donna nei media". 
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http://www.repubblica.it/politica/2011/12/11/news/se_non_ora_quando_le_donne_tornano_in_piazza-26400745/?ref=HRER2-1

Addio al re del più brutto Tg1 della storia di tutta la Rai


Gli ascolti perdono colpi, l'imparzialità non è più una virtù

Le foglie che ingialliscono lungo i viali non ci danno il senso della caducità terrena quanto l'avvicendarsi dei direttori Rai. Pare sia suonata l'ora per Augusto Minzolini, direttore del Tg1. Pare che il suo futuro (peraltro dorato: stesso stipendio, stessi fringe benefit) sia stato deciso. 

Dopo il rinvio a giudizio per peculato, il Cda della Rai si riunirà martedì per rimuoverlo dalla carica. Peculato è un parola grossa: Minzolini, detto Minzo, avrebbe usato la carta di credito aziendale per pagare i ristoranti, frequentati in Italia e all'estero anche nei giorni di riposo. Sui «pasticci» delle note spese esiste un'ampia letteratura: per anni, sconosciuti e solerti contabili hanno dovuto fare i salti mortali per giustificare bottiglie di champagne, allegre signorine, gite in hotel a cinque stelle come rimborsi legati al mestiere dell'inviato, sfuggente e capriccioso come pochi. Una volta in Rai, così dicono, scoprirono che certe fatture del Dubai erano stampate da una tipografia di Trastevere. In un Paese in cui è tollerata la cresta, dall'amministratore delegato alla badante ucraina, solo Minzo deve diventare l'agnello sacrificale? Minzo è accusato di essere fazioso, berlusconiano di stretta osservanza. 

Difficile però trovare un direttore Rai che non sia stato scelto per fedeltà politica, che non abbia in Parlamento un suo azionista di riferimento. È una consuetudine triste e antica: al vincitore delle elezioni spettano le spoglie di Viale Mazzini. A fazioso succede fazioso, al congenito opportunismo la vanesia disponibilità dei singoli, fino a quando la Rai non troverà una sua autonomia. Se mai la troverà.

E poi quegli editoriali, così urticanti, risentiti, irrituali! Sì, bisogna ammetterlo, l'editoriale non è stato il suo forte: per uno cresciuto a fare il bracconiere di notizie non dev'essere stato facile indossare le vesti di guardacaccia, come se il Tg1 fosse una sorta di Lady Chatterley di cui abusare. 

Le foglie ingialliscono, gli ascolti del Tg1 perdono colpi, la concorrenza si fa sotto, l'imparzialità non è più una virtù, l'arte di nascondere le notizie più importanti prende piede, i servizi sulle vacanze e sulle stravaganze inutili aumentano a dismisura. E Minzo, che fa Minzo? Beh, una piccola colpa gliela si potrebbe imputare: ha fatto il più brutto Tg1 della storia della Rai. 

«Basta segreti su conti e patrimoni. Ora possiamo battere i furbi»


Befera: ci sono gli strumenti per farcela. Solo la Grecia peggio di noi

Dottor Befera, perché Equitalia è entrata nel mirino del terrorismo? 
«Non sono un inquirente. Certo è che le campagne di odio contro Equitalia creano il clima favorevole ad atti criminali ed esecrabili come quello contro il dottor Cuccagna».

Nel web la bomba riceve consensi. 

«Consensi figli della disinformazione: casi particolari enfatizzati dai media come se fossero la regola; politici locali e nazionali che cavalcano proteste ingiustificate come quelle dei pochi che non vogliono pagare le multe sulla violazione delle quote latte oppure cavalcano disagi reali come quelli della Sardegna, dimenticando che tocca al governo locale e nazionale decidere eventuali moratorie fiscali e non all'esattore. Equitalia non è un ammortizzatore sociale».

Quote latte, ovvero Umberto Bossi. Sardegna, ovvero Mauro Pili. Le risulta che il sindaco di Bari, Michele Emiliano, si sia mobilitato contro Equitalia e, al tempo stesso, non paghi l'Ici ai Comuni vicini dove la sua giunta ha acquisito immobili? 
«Lasciamo da parte le personalizzazioni. Quanto a Bari, un tempo era così, ma poi magari il Comune si è messo in regola. Onestamente, in questo momento non saprei dire».

Pili raccoglie le firme per una legge di iniziativa popolare contro Equitalia. 
«Chiedo: andava bene quando 40 società di matrice bancaria riuscivano a riscuotere 1,5 miliardi l'anno di cartelle esattoriali o il Monte dei Paschi, esattore di Roma, avviava una sola procedura nell'intero 2003 e a Napoli chiamavano sfogliatielle le cartelle esattoriali? O non va meglio adesso che Equitalia, con tre sole società operative, ne recupera per 10 miliardi? Quale Paese vogliamo?».

Siete accusati di tassi usurai. 
«Bugie. Il 30% si riferisce alle sanzioni. Cancellandole, quanti ancora pagherebbero?».
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Tutti i numeri dell'evasione, dai gioielli alle auto di lusso


Lavoratori autonomi, proprietari di case e commercianti nel mirino

ROMA - Vale dieci volte la manovra del governo Monti. E quindi basterebbe non solo a evitare le lacrime di un ministro e di milioni di italiani ma anche a mettere per sempre in sicurezza i nostri conti pubblici. Stima l'Istat che in Italia in un anno l'evasione fiscale e il sommerso raggiungano i 275 miliardi di euro. È la stessa cifra che fattura l'industria mondiale del legno, oppure quella nazionale (ma fiorente) della corruzione russa. Tradotta in denaro sottratto al Fisco sono 120 miliardi, secondo il direttore dell'Agenzia delle entrate Attilio Befera. In media vuol dire che ogni contribuente nasconde allo Stato 2.093 euro, il 13,5% del proprio reddito, uno stipendio. Solo che anche in campo fiscale bisogna applicare la regola dei polli di Trilussa.

Pochi mesi fa l' Herald tribune ha scritto che l'evasione è il nostro vero sport nazionale. E allora, come per tutti gli sport, si può fare un ritratto sociologico del Paese, vedere dove è praticato di più e da chi. Gli uomini evadono più delle donne, i giovani più degli anziani. E se il grosso del buco nero è al Nord in media quelli più furbi vivono al Centro. Ma la vera differenza sta nella fonte del reddito. Secondo il rapporto del gruppo di lavoro sulla riforma fiscale i veri campioni appartengono a due categorie: i lavoratori autonomi o gli imprenditori che dichiarano la metà del loro reddito reale nascondendo al Fisco più di 15 mila euro a testa. E, soprattutto, i proprietari di case, negozi e appartamenti che dalla dichiarazione tengono fuori oltre l'80% delle loro entrate, quasi 18 mila euro ciascuno. Altro che i 2 mila euro a testa calcolati alla Trilussa. C'è poi un altro settore che fa venire qualche dubbio, il commercio. Queste non sono stime ma le dichiarazioni del 2008, ultimo anno disponibile per gli studi di settore.
Le discoteche e i locali da ballo sono addirittura in perdita: dichiarazione media meno 6 mila euro. Sotto zero, e quindi sotto la soglia della povertà se non della fame, anche i centri benessere con meno 3.200 euro e gli impianti sportivi con meno 1.300. Ma anche chi qualcosa la guadagna è costretto a una vita monastica: i ristoratori dichiarano in media 13.800 euro, i parrucchieri 12.500, i gioiellieri 16.300. Tutti intorno ai mille euro lordi al mese. Come un ragazzo al primo contrattino che si porta il panino da casa. Possibile?
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«Il Parlamento taglierà gli stipendi»


Fini e Schifani in una nota congiunta assicurano: «Adegueremo l'indennità agli standard europei»

Fini e Schifani (Ansa)Fini e Schifani (Ansa)
MILANO-I presidenti delle Camere Gianfranco Fini e Renato Schifani prendono carta e penna per dimostrare la volontà di dare un esempio «in sintonia con il rigore» imposta dalla crisi economica. Quindi il taglio degli stipendi ci sarà. E sollecitano il presidente dell'Istat, dottor Giovannini, a «concludere nel più breve tempo possibile i lavori della commissione» incaricata all'adeguamento delle indennità agli standard europei.
LA SMENTITA- Fini e Schifani non ci stanno, perché «non corrisponde pertanto al vero quanto ipotizzato da alcuni organi di informazione circa la presunta volontà del Parlamento di non assumere comportamenti in sintonia con il rigore che la grave crisi economica-finanziaria impone a tutti». E così metteno nero su bianco le volontà del Parlamento.
LA NOTA- «Come dimostrano anche le recenti decisioni autonomamente assunte dagli Uffici di Presidenza di Senato e Camera sulla nuova disciplina dei cosiddetti vitalizi -scrivono i presidenti delle Camere- il Parlamento è pienamente consapevole dell'esigenza di dar vita ad atti esemplari e quindi anche di adeguare l'indennità dei propri membri agli standard europei, secondo quanto già votato in Aula nei mesi scorsi sia a Palazzo Madama che a Montecitorio». Da qui la sollecitazione al presidente dell'Istat, dottor Giovannini, a concludere nel più breve tempo possibile i lavori dell'apposita commissione per poter immediatamente procedere alle conseguenti determinazioni attraverso i deliberati degli Uffici di Presidenza».

sabato 10 dicembre 2011

Russia, 100mila manifestanti nella Piazza Rossa: "Vogliamo le dimissioni di Putin"

(Xinhua)
Mosca, 10 dic. (Adnkronos/Dpa) - Centomila persone, molte delle quali portavano fiori bianchi, si sono riunite a Mosca per protestare contro l'esito delle elezioni parlamentari del 4 dicembre. Sui cartelli dei manifestanti scritte in cui si chiedono le dimissioni del premier Vladimir Putin. Stando a quanto riferito dall'agenzia Itar-Tass, la manifestazione è cominciata in ritardo per l'enorme affluenza di persone.
"Oggi è un grande giorno", ha commentato l'oppositore dell'attuale regime ed ex premier Mikhail Kasyanov. "Se oggi ci sono 100mila persone, domani ce ne saranno un milione".
Per l'occasione, ha reso noto il ministro dell'Interno Rashid Nurgaliyev, sono stati mobilitati 50mila agenti e duemila uomini delle forze speciali. Secondo gli organizzatori circa 35mila persone hanno aderito sui social networks alla protesta. Le proteste non solo a Mosca, ma anche in altre città della Federazione Russa, dove sono state arrestate dieci persone.
Sul sito di Garry Kasparov, l'ex campione di scacchi diventato ora uno dei principali oppositori del governo russo, è stata pubblicata una risoluzione in cinque punti in cui si chiedono nuove elezioni. La mozione è stata letta durante la manifestazione a Mosca, e dal palco sono state date due settimane di tempo per rispondere alle richieste. I cinque punti della mozione sono: il rilascio di tutti i prigionieri politici, la dichiarazione che i risultati delle elezioni parlamentari non sono da considerarsi validi, le dimissioni dell'attuale presidente della commissione elettorale Vladimir Churov, un'inchiesta su tutte le denunce di brogli con l'assunzione di provvedimenti punitivi per i responsabili e, infine, la possibilità che tutti i partiti dell'opposizione possano partecipare a nuove elezioni, veramente democratiche.
Da Russia Unita, il partito di governo russo, arriva una risposta contenuta alle manifestazioni di protesta che vengono comunque definite delle "provocazioni". "Abbiamo preso nota di queste proteste" ha dichiarato in una nota il vice presidente del partito di Vladimir Putin, Alexander Khinshtein, che definisce le manifestazioni una provocazione dell'opposizione che non ha accettato i risultati delle elezioni ed ha incitato la gente a scendere in piazza. "L'espressione di queste richieste è molto importante - ha concluso - e sono state ascoltate dai media, dalla società e dallo Stato".

Il Financial Times boccia Cameron "Non protegge gli interessi della City"


Il più importante quotidiano economico europeo critica la decisione del premier britannico di restare fuori dalla nuova Europa nata a Bruxelles. "Non ha ottenuto niente in cambio"

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - I giornali conservatori e anti-europei festeggiano: "Prendilo in quel posto, Europa", titola con un gioco di parole in prima pagina il tabloid Sun. E il commento del più austero Times non è molto diverso: una vignetta in prima pagina che mostra il premier britannico David Cameron mentre fa la pipì sulla testa del presidente francese Nicolas Sarkozy. Ma la stampa e il mondo politico progressista parlano di una "tragica scelta per gli interessi britannici" (Ed Miliband, leader laburista), che lascia "il Regno Unito fuori dalla stanza in cui si prenderanno le decisioni" (editoriale del Guardian) e "ci relega in una scialuppa vicino alla superpetroliera europea" (David Miliband, fratello di Ed ed ex-ministro degli Esteri). "Ormai il nostro modello è la Svizzera", ironizza amaramente un altro columnist dello stesso quotidiano. "Puntiamo a diventare come le isole Cayman (notorio paradiso fiscale ai Caraibi, ndr.) ma con un clima molto peggiore", scrive il l'Independent.

La reazione più significativa, e più preoccupante per Cameron, all'accordo raggiunto a Bruxelles senza la Gran Bretagna 1 è tuttavia quella del Financial Times. In un editoriale non firmato, che dunque esprime il parere del direttore, il più importante quotidiano finanziario d'Europa afferma che il premier britannico ha "scelto la sedia vuota" ovvero di andarsene dal tavolo dell'Unione Europea a cui rimangono gli altri 26 membri. Dal punto di vista politico, intimorito dalla rivolta della sempre più forte corrente anti-europea all'interno del proprio partito, il leader conservatore voleva evitare che un suo sì a un nuovo trattato europeo producesse un voto contrario del parlamento di Westminister e un referendum per uscire dalla Ue, osserva il Ft; dal punto di vista finanziario, egli ha affermato che voleva e doveva difendere gli interessi della City, polmone dell'economia britannica, dalle richieste di maggiore regulation e tassazione. 

Ma il Financial Times afferma che il prezzo politico pagato è alto: la creazione di una "Europa a due velocità" in cui la Gran Bretagna rimane sola, un risultato che "tutti i governi britannici degli ultimi trent'anni hanno cercato di evitare". E anche il prezzo finanziario rischia di essere alto, perché "costringere l'eurozona a creare un'unione parallela senza il Regno Unito non proteggerà gli interessi della City". Sebbene il Ft non creda che il premier dovesse pagare qualsiasi prezzo per "restare nella stanza della Ue", con il suo veto "non ha ottenuto niente in cambio" e ora dovrà rapidamente tentare di elaborare una strategia per mantenere una qualche influenza britannica nel mercato comune europeo.

Nella City c'è chi plaude a Cameron, come Bob Diamonds, presidente di Barclays, che lo loda per avere "difeso le istituzioni finanziarie del nostro paese". Ma circolano anche forti perplessità: "E' una svolta di grande incertezza, difficile valutarne le conseguenze per noi", riconosce Angela Knight, presidente della British Bankers Association. "C'è il timore che la Gran Bretagna venga isolata, Cameron si è fatto chiudere in un angolo dal proprio partito", nota Bob Penn, dello studio legale Alle & Overy. Altri analisti ammettono in privato che i 26 della Ue potrebbero imporre a Londra decisioni in grado di danneggiare la City, le sue banche e il suo primato di capitale finanziaria, senza che Londra possa contrastare in sede europea tali decisioni.

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http://www.repubblica.it/economia/2011/12/10/news/il_financial_times_boccia_cameron_non_proteggre_gli_interessi_della_city-26379399/?ref=HREC1-3

Capitali e famiglie in fuga Un pezzo d'Italia sceglie la Svizzera


Sono imprenditori e liberi professionisti e hanno tra i 40 e i 50 anni. Temono l'incertezza politica ed economica, una stretta fiscale e sono in cerca di un investimento immobiliare sicuro. Sono loro i protagonisti della nuova migrazione oltralpe

di FRANCO ZANTONELLI
MILANO 

Quando il sesso distrugge la vita


Facendo riferimento all’ultimo film di Steve McQueen, “Shame”, la psicologa Caroline Le Roux spiega il fenomeno della dipendenza
Nell’ultimo film di Steve McQueen, “Shame”, in uscita nelle sale cinematografiche, Brandon Sullivan è dipendente dal sesso. Caroline Le Roux, una psicologa clinica e sessuologa presso la clinica di Longjumeau Yvette (Essonne), spiega l’origine di questa dipendenza.
COSA CI RENDE DIPENDENTI? - Secondo La Roux, intervistata da Lexpress, esistono molti tipi di dipendenza da sesso. Si può essere dipendenti dalla masturbazione, dal sesso solo con il partner o con partner multipli. In quest’ultimo caso, la ricerca di un/una compagno/a è parte integrante della dipendenza. In questo caso l’istinto sessuale, quasi animale, pone grande enfasi sulla seduzione, come per provare nuovamente quel senso di “prima volta”. Secondo la psicologa, non esistono vere e proprie caratteristiche comuni tra dipendenti del sesso. Gli uomini sono più colpiti, ma esistono anche donne dipendenti da sesso. Alcuni pazienti lo sono diventati a causa di traumi, soprattutto durante l’infanzia, ma non tutti. In ogni caso, la psicologa sostiene di avere sempre più pazienti di questo tipo: Internet e i media attuali rendono più semplice la ricerca di questo tipo di emozioni.
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C'è crisi? E i parlamentari vogliono aumentarsi lo stipendio


C'è crisi? E i parlamentari vogliono aumentarsi lo stipendio
ROMA - Il Parlamento italiano non ci sta ai tagli e ai sacrifici che però impone senza farsi problemi ai cittadini italiani. E così Camera e Senato si oppongono ad una delle norme del decreto legge deciso dal governo Monti: quella che prevede un taglio ai loro emolumenti. La norma prevede il dimezzamento dei quasi 12 mila euro netti (senza la diaria e i molti altri benefit previsti) che i parlamentari incassano, portandoli allo stesso livello della media degli stipendi che ci sono nei Parlamenti europei (5.300 euro). Ma dal Parlamento rilanciano: no, meglio adeguare gli stipendi a quelli dell'Europarlamento. Ma, fatti due calcoli, si è visto che la cosa è antieconomica: vero che prendono 5900 euro mensili, ma i rimborsi spese e gli accessori arrivano vicini ai 20 mila euro al mese. Alla fine quindi i parlamentari costerebbero più di quanto costino adesso; quasi il doppio, per essere esatti.
E a giudicare dalle dichiarazioni, i parlamentari non intendono cedere: se un Lamberto Dini dice che già adesso i parlamentari italiani prendono meno della media Ue; se una Alessandra Mussolini dice che ridurre il vitalizio è una istigazione al suicidio (e tagliare una pensione da 1000 euro al mese no? ndr); se altri deputati dicono che lo stipendio da parlamentari non è sufficiente.

Otto condanne per la morte di Giacomo


La notte della vittoria dell'Italia ai Mondiali furono compiuti «atti sessuali» sul 21enne che poi si tolse la vita

Subì pesanti angherie, ritenute anche a sfondo sessuale, mentre si trovava con un gruppo di amici la notte della vittoria dell'Italia ai Mondiali di calcio, nel luglio 2006, e poco più di un mese dopo si uccise gettandosi dalla Pietra di Bismantova, nel Reggiano. Ora otto giovani di Castelnovo Monti - riferisce la stampa cittadina - sono stati condannati dal Tribunale di Reggio Emilia a pene fra i due anni e due mesi e i tre anni di reclusione per violenza sessuale e violenza privata; assolto per non aver commesso il fatto un nono imputato accusato di violenza privata.
L'inchiesta del pm Maria Rita Pantani aveva ipotizzato la morte del giovane Giacomo Li Pizzi, studente modello di 21 anni, come conseguenza di altro reato e la violenza sessuale e privata; caduta davanti al Gup nel 2009 la prima ipotesi di reato, si è andati in aula per le altre due ipotesi d'accusa. Il pubblico ministero aveva chiesto fino a sei anni e mezzo di reclusione; i difensori - che avevano chiesto per tutti l'assoluzione - hanno annunciato ricorso in appello perché, a loro avviso, «non ci fu alcuna interferenza con la sfera sessuale».
Lo studente, il 9 luglio 2006, partecipò con gli amici ai festeggiamenti per la vittoria dell'Italia; pare che, a notte inoltrata, si reggesse in piedi con difficoltà per l'alcol bevuto. I compagni in festa lo accompagnarono allora in una stanza del pub di Castelnovo Monti dove tutti avevano alzato il gomito. In quella stanza lo avrebbero sottoposto ad atti ritenuti dall'accusa di violenza sessuale. Quaranta giorni dopo la vittima degli abusi si uccise gettandosi dalle rocce della Pietra (Fonte Ansa)

Sono proprietari di un aeroplano ma non arrivano a 20mila euro l'anno


Superbollo, studio dell'anagrafe tributaria sui beni di lusso

Un aereo privato sulla pista di Linate (Afp)Un aereo privato sulla pista di Linate (Afp)
MILANO - I casi della vita. Guadagnano meno di ventimila euro all'anno, eppure sono proprietari di un aeroplano. È la strana situazione in cui si trovano 518 contribuenti italiani. Pur guadagnando all'incirca quanto un bidello o un operatore ecologico (si tratta naturalmente di stipendi lordi), possono decollare liberamente e in qualsiasi momento con il proprio velivolo personale. I fortunati amanti del volo sono stati individuati dall'anagrafe tributaria che ha svolto uno studio per valutare l'impatto delle nuove tasse di proprietà sui beni di lusso. La ricerca, svelata in anteprima da Marco Mobili sul Sole 24 Ore, segnala anche l'esistenza di 42mila contribuenti che con un reddito lordo mensile inferiore ai 1.600 euro risultano proprietari di una barca.
LE SUPERCAR - Il quotidiano economico li definisce «finti poveri», perché in effetti è difficile conciliare certi benefit con stipendi tanto magri. Pensiamo alle fuoriserie prese di mira dal superbollo, bolidi di potenza superiore ai 185 kw. Ben 188.171 tra suv e super-sportive appartengono a contribuenti che dichiarano uno stipendio inferiore a quello di un operaio metalmeccanico. Tra chi dichiara tra i 20 e i 50mila euro, una fetta della popolazione pari a 12 milioni di contribuenti, si celano invece i proprietari di altre 217.334 supercar. In questa fascia di reddito si situano anche altri 604 proprietari di aerei ed elicotteri. Chissà come faranno a far quadrare le spese, tra super-bollo, assicurazione e soprattutto carburante. Far decollare un aereo richiede anche un bel po' di kerosene.

Iran, azioni difensive fuori confini


(ANSA) - TEHERAN - ''L'amministrazione Usa deve chiedere subito scusa per aver violato illegalmente il suo spazio aereo in un'azione ostile'', mentre ''le azioni difensive della Republica Islamica dell'Iran non saranno limitate ai suoi confini geografici''. Lo ha detto il vice capo di stato maggiore della Difesa, Masoud Jazayeri, ribadendo la posizione di Teheran sul drone Usa catturato nei giorni scorsi in territorio iraniano.

Russia: bruciata bandiera partito Putin

(ANSA) - MOSCA - I nazionalisti, sempre piu' numerosi nella piazza Bolotnaia dove e' in corso la protesta contro i brogli elettorali, hanno iniziato a bruciare alcune bandiere di Russia Unita, il partito del premier di Putin. Pacifica finora la manifestazione. Nella folla c'e' un po' di tutto, giovani e vecchi, gente di sinistra e di destra, bandiere rosse e bandiere bianche nere e gialle dei nazionalisti.

Pacchi Bomba: e' caccia al terzo plico esplosivo annunciato da attentatori

Roma, 10 dic. (Adnkronos) - E' caccia al terzo pacco-bomba. Dopo il plico esplosivo destinato all'amministratore delegato di Deutsche Bank, Josef Ackermann e rivendicato dalla Federazione anarchica informale e l'esplosione di ieri dell'ordigno che ha ferito il direttore generale di Equitalia, Marco Cuccagna, gli uffici postali italiani sono stati allertati nell'eventualita' che la 'campagna natalizia' della Fai possa comprendere altri pericolosi pacchi esplosivi. Del resto erano stati gli stessi anarco-insurrezionalisti, nel rivendicare il primo attentato, a parlare dell'invio di tre ordigni, quindi ne mancherebbe uno all'appello.