mercoledì 2 novembre 2011

IL CASO Milano, Moratti e Albertini in Tribunale I due ex sindaci spiegano l'affare derivati

Secondo l'ex sindaco le ormai introvabili carte sulla presunta convenienza economica dei contratti sottoscritti da Palazzo Marino sono state fatte sparire. Per il suo successore, il Comune è stato truffato

MILANO - I documenti dell'amministrazione comunale che dovevano riportare la convenienza economica dei contratti derivati stipulati dalle banche con Palazzo Marino sono stati distrutti. E' la convinzione espressa dall'ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, che ha deposto stamani nel processo in cui sono imputate quattro banche (Ubs, Jp Morgan, Depfa e Deutsche Bank). "E' impossibile che persone competenti come i dirigenti comunali che si dovevano occupare dei derivati - afferma Albertini - non abbiano fatto quello che dovevano fare per norma di legge e cioè dichiarare la convenienza economica dei contratti. Se non si trovano i documenti vuol dire che sono stati distrutti. Oggi il pm ha avuto una notizia di reato e dovrebbe fare un'altra indagine per capire che fine abbiano fatto questi documenti. Il fatto che questa indagine non sia stata ancora fatta è una lacuna epocale". Gli istituti di credito sono accusati di avere commesso una truffa aggravata ai danni del Comune per circa 100 milioni di euro. Dopo Albertini, è stata la volta del suo successore a Palazzo Marino, Letizia Moratti. "Il Comune di Milano ha ritenuto di essere stato truffato dalle banche e per questo il sindaco si è rivolto a degli avvocati". Alla domanda "ritenevate di essere stati truffati dalle banche", Letizia Moratti ha risposto: "pensavamo che potesse esserci stata questa fattispecie", spiegando che per questo motivo si è rivolta a degli avvocati che hanno intentato una causa civile di risarcimento danni nei confronti degli istituti con cui Palazzo Marino aveva sottoscritto i contratti su derivati.

Si può mollare l’Euro?

C’è un fantasma che si aggira per la Grecia, indisturbato. E’ qualcosa che molti pensano, ma che nessuno confessa ad alta voce; che nessuno vuole dire, o ammettere. E’ la sfiducia verso l’euro, verso la moneta unica e, dunque, verso l’Europa; verso il destino unito del vecchio continente in questi periodi di crisi. L’economia ellenica sta facendo uno dei botti più rumorosi che si ricordino, e si sta delineando un futuro nefasto: la Grecia potrebbe davvero uscire dall’Unione Monetaria europea. E dunque dall’duro.

TORNARE ALLA DRACMA – C’è chi pensa che sarebbe una strage, un dramma. E c’è chi pensa che sarebbe salutare: mollare l’euro, salutare l’Europa e tornare alla cara, vecchia dracma. Come se l’Italia, di colpo, tornasse alla lira (soluzione peraltro paventata anche da noi nei mesi scorsi, all’inizio di questa turbolenza finanziaria). C’è un crescente movimento, in Grecia (loracconta il New York Times), di intellettuali, pensatori ed esperti che da qualche settimana sta teorizzando, calcolando e cercando di immaginare lo scenario che verrebbe a crearsi se davvero la Grecia uscisse dall’euro: e i risultati delle proiezioni, pur discordanti e tutti da confermare, restituiscono uno scenario non così proibitivo come si penserebbe. Insomma, secondo alcuni, se la Grecia uscisse dall’euro non sarebbe poi male. “I difensori della dracma affermano che le maggiori paure sono gonfiate. Certo, ci sarebbe panico e disordine inizialmente”, dice il Times: “Ma, come il caso argentino, dove dopo il crollo del dollaro le esportazioni sono partite a razzo grazie ad una valuta più economica, la possibilità di controllare la dracma finirebbe per risultare a favore della Grecia”. Di certo la Grecia verrebbe cacciata dal club dei grandi e ci vorrebbero “anni” per ritornare “nel mercato finanziario mondiale”.

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http://www.giornalettismo.com/archives/163979/si-puo-mollare-leuro/

Tumori, arriva il farmaco multi-cancro

Parte la maxisperimentazione

Sta per partire a Londra uno studio clinico di fase I per testare un farmaco multi-cancro, l’L-NNA che agisce su diversi tumori solidi, al seno, all’intestino e ai polmoni.

ANTI-ANGIOGENICO – Si tratta di un farmaco anti-angiogenico: agisce sui vasi sanguigni che portano ossigeno e nutrienti al tumore, costringendoli, in modo da ridurre la possibilita’ di crescita del cancro. ‘Tutti i tumori contano sulla fornitura di ossigeno e nutrienti vitali attraverso i vasi sanguigni – afferma Peter Hoskin, dal Mount Vernon Cancer Centre di Londra, dove avra’ luogo lo studio – senza un apporto di sangue, un tumore non puo’ crescere oltre le dimensioni di una testa di spillo’.

LA SPERIMENTAZIONE – La sperimentazione sara’ condotta su 25-40 pazienti, partira’ ad aprile del 2012 e terminera’ a febbraio del 2014. Tutti i volontari riceveranno una sola dose di L-NNA, e saranno sottoposti ad una serie di test (analisi del sangue, Tac, controllo della pressione ed elettrocardiogramma) per monitorare l’azione dell’L-NNA e gli eventuali effetti collaterali. Le reazioni previste potrebbero riguardare un aumento della pressione del dangue, una ridotta funzionalita’ renale e la crescita del rischio di insufficienza cardiaca.(ANSA).

Haaretz: "Israele si prepara ad attaccare l'Iran". RaiNews chiama un giornalista israeliano a fare propaganda

Haaretz: 'Israele si prepara ad attaccare l'Iran'
GERUSALEMME (ISRAELE) - Sconcertante titolo del quotidiano israeliano Haaretz: il premier Netanyahu ha avuto una riunione con il MInistro della Difesa Barak per decidere un attacco contro l'Iran e contro le sue centrali nucleari. Un attacco che potrebbe essere condotto attraverso il lancio di un missile a testata nucleare. L'incontro non è stato confermato da fonti ufficiali, ma il quotidiano si mostra sicuro della sua fonte. Divertente il siparietto che è andato in onda su Rainews: è stato invitato a commentare la notizia (e altre notizie su Israele) il giornalista Yossi Bar, corrispondente della radio nazionale israeliana. Il quale non ha fatto altro che dire che un attacco contro l'Iran è giustificato perchè l'Iran "evidentemente è molto vicina ad avere la bomba atomica" e quindi è' un pericolo e via elencando la solita propaganda tipica dell'estremismo sionista. Ma chissà come mai, si sono dimenticati (e su quella rete se ne dimenticano sempre) di informare su alcuni dati reali. Per esempio, che chiunque in Iran ordini di sparare missili, anche se a testata ordinaria, su obiettivi che non siano esclusivamente militari o se il missile uccide un civile, questa persona viene condannata a morte, per aver violato ben due fatwa (nella religione islamica è un precetto contingente invilabile stabilito da un esponente religioso; chi lo viola, rischia di essere ucciso). Infatti, fu lo stesso Khomeini durante la guerra tra Iran ed Iraq a stabilire con una fatwa il divieto di usare armi nucleari, chimiche o batteriologiche, a meno che non si fosse assolutamente certi di colpire solo le forze militari nemiche. E una seconda, poco tempo dopo, che vietava anche l'uso di missili a testata esplosiva, senza la certezza di cui sopra. E poichè una fatwa può essere annullata solo da un religioso di pari o maggiore importanza di chi l'ha emessa, se non resuscitano Khomeini o Maometto, appare difficile che le fatwa possano essere revocate. E neanche il Presidente iraniano sfugge alle fatwa

Ma che cosa succede se un Paese va in default? Dalla Grecia all'Italia, ecco i rischi per gli Stati

Chiunque può fare default, cioè fallire. Può essere insolvente un individuo, ma anche una famiglia, oppure un'azienda, un ospedale, una banca, un Comune e pure uno Stato. I conti sono in rosso (le spese superano le entrate) e non si riesce più a pagare i creditori. Ovviamente cambia la scala degli effetti. Se a essere sopraffatto dai debiti è un singolo cittadino, lascerà da saldare l'affitto, le rate dell'auto, il finanziamento della banca... Se fallisce un'azienda, il peso ricadrà su dipendenti e fornitori. Se un Comune, interviene lo Stato centrale e i servizi ai cittadini proseguono (magari ridimensionati). Ma se è uno Stato a fare default, significa che non è più in grado di fronteggiare gli impegni economici assunti: dal rimborso alla scadenza prevista del denaro preso in prestito per finanziarsi attraverso l'emissione di titoli di Stato, agli stipendi da pagare ai dipendenti pubblici.

Il fallimento dell'Argentina nel 2001 è un ricordo ancora vivo nei risparmiatori italiani che avevano nel proprio portafoglio i tango bond: divennero carta straccia. Ma è vivo soprattutto nella classe media argentina che si trovò sul lastrico. Certo, Buenos Aires è ancora lì, però popolazione e risparmiatori hanno pagato a caro prezzo le scelte economiche e politiche - sbagliate - della Casa Rosada. Ma com'è possibile che uno Stato dell'Eurozona faccia default? In effetti nel 1992 il Trattato di Maastricht introdusse il tetto del 3% del Pil per il deficit e del 60% del Pil per il debito pubblico come condizioni da realizzare entro il 1997 per i Paesi che volessero entrare nell'euro. Poi venne anche il Patto di stabilità, ovvero l'accordo che imponeva il controllo delle proprie politiche di bilancio per mantenere fissi i parametri di Maastricht e che introduceva anche le sanzioni. Gli Stati, chi più chi meno, non hanno rispettato i parametri. La Grecia è arrivata a truccare i conti. L'Italia ha semplicemente un deficit pari al 3,9% del Pil e un debito del 120,6% sul Pil.

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http://www.corriere.it/economia/11_novembre_02/ma-che-cosa-succede-se-un-paese-va-in-default-francesca-basso_c104b5c2-052a-11e1-bcb9-6319b650d0c8.shtml

Il Cavaliere pensa a «misure choc». Tra le ipotesi, patrimoniale e prelievo forzoso

ROMA - L'unica certezza di Berlusconi è che «al Quirinale non c'è un capo dello Stato intento a ordire trappole». Tuttavia la fiducia che ancora gli accorda Napolitano è a tempo, e di tempo il Cavaliere non ne ha più. Indebolito dalle piazze finanziarie internazionali, accerchiato dalle manovre nei palazzi romani, e senza un accordo nel vertice d'emergenza convocato in serata, il premier ha trascorso la giornata meditando il varo di «misure choc» per salvare il Paese e il suo governo, entrambi a rischio default. Non c'è dubbio che gli «interventi straordinari» sui quali sta ragionando «mi fanno venire l'orticaria solo a pronunciarli». Dalla patrimoniale al prelievo forzoso, da un piano di dismissioni doloroso fino a una lunga teoria di condoni, Berlusconi valuta i provvedimenti da porre come sacchetti di sabbia sull'argine del fiume che ha già iniziato a tracimare.

«Mi hanno detto di fare come Amato», spiega il Cavaliere, che evoca così un'altra stagione economica drammatica, quella del '92, e le misure draconiane che vennero allora adottate per salvare la lira: guarda caso una patrimoniale sulla casa, un prelievo sui conti correnti e i depositi bancari, il blocco per un anno dei contratti del pubblico impiego e il blocco delle pensioni di anzianità. Tanto basta per far spuntare sul volto del premier una smorfia di disgusto mista a disappunto, perché ognuno di questi provvedimenti sarebbe «contrario ai miei capisaldi», al credo che ha divulgato per venti anni e che in parte ha già dovuto abbandonare con la manovra estiva.

Mentre i Btp continuano a cedere terreno sui listini, Berlusconi spiega alla Merkel che «farò quanto è necessario per difendere fino in fondo la credibilità dell'Italia», e con essa anche ciò che resta della sua credibilità nel consesso mondiale. Nel corso del colloquio il premier ribadisce che «il mio governo intende rispettare gli impegni», ma intanto si chiede e chiede «cosa posso fare più di quanto ho fatto». La risposta della cancelliera tedesca non si fa attendere, è un suggerimento che somiglia tanto a una perentoria richiesta: far validare intanto da un voto del Parlamento le linee guida del piano di risanamento presentato in Europa, una sorta di imprimatur preventivo in attesa dell'approvazione dei provvedimenti. La piena ha superato ampiamente i livelli di guardia quando Berlusconi accenna a Napolitano le «misure choc», prospettate ancora come ipotesi, segno della confusione che regna nella maggioranza e che viene indirettamente confermata dall'assenza di Bossi al vertice serale di Palazzo Chigi. E se è vero che la conversazione con il presidente della Repubblica convince il premier che «al Quirinale non si ordiscono trappole», è altrettanto vero che il Colle è risoluto nel chiedere atti di governo che tolgano l'Italia dal mirino della speculazione finanziaria. Il punto però non è stabilire quale sia il mezzo con cui varare i provvedimenti, poco importa se si tratti di decreti e di emendamenti da inserire nella legge di Stabilità: il nodo è il contenuto.

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Crisi: Casini Rutelli e Bocchino al Colle da Napolitano

Roma, 2 nov. (Adnkronos) - Una delegazione del Terzo polo guidata dal leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino e dal leader di Api, Francesco Rutelli, si e' recata nel pomeriggio al Colle per incontrare il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Usa: truppe dall’Iraq al Golfo Persico?

Usa: truppe dall’Iraq al Golfo Persico?
di Michele Paris Il ritiro delle truppe americane dall’Iraq entro la fine dell’anno dovrebbe preannunciare, secondo le parole del presidente Obama, un disimpegno di Washington in Medio Oriente e un futuro di pace nella regione. Gli obiettivi strategici degli USA, tuttavia, non prevedono per il futuro nessun abbandono di quest’area cruciale del globo né, tantomeno, una riduzione del rischio di nuovi e sanguinosi conflitti.

L’annuncio di Barack Obama del completo ritiro dei militari americani dal paese mediorientale invaso nel 2003 entro la fine dell’anno è giunta il 21 ottobre scorso ed è stata propagandata come il mantenimento della promessa elettorale di porre fine ad una guerra profondamente impopolare. La retorica del presidente nasconde però a malapena una realtà ben diversa.

Innanzitutto, la fine dell’occupazione dell’Iraq era già stata negoziata nel 2008 da George W. Bush con il governo di Baghdad e, soprattutto, l’amministrazione democratica ha cercato disperatamente di convincere il premier Maliki a mantenere nel paese oltre il 31 dicembre prossimo un contingente americano fino a venti mila soldati, sotto forma di addestratori e consiglieri militari. I tentativi americani sono cessati solo quando è stata accertata l’impossibilità di raccogliere il consenso necessario nel Parlamento iracheno per una decisione che avrebbe perpetuato la presenza di un contingente militare che in quasi nove anni di occupazione ha causato oltre un milione di morti e la totale devastazione del paese.

Nonostante il fallimento degli Stati Uniti nel modificare il cosiddetto “Status of Forces Agreement” (SOFA) con Baghdad, Washington non ha alcuna intenzione di abbandonare l’Iraq. A più di cinque mila contractor privati (mercenari) che invaderanno il paese sotto il controllo del Dipartimento di Stato si devono aggiungere infatti circa 16 mila civili alle dipendenze del governo americano, molti dei quali impiegati nell’ambasciata USA della capitale, la più grande del pianeta.

In ogni caso, il relativo disimpegno dall’Iraq sarà bilanciato da una rinnovata presenza militare americana in altri paesi alleati del Golfo Persico, come ha messo in luce un articolo pubblicato domenica scorsa dal New York Times. Citando diplomatici e alti ufficiali militari, il quotidiano newyorchese rivela come l’amministrazione Obama sta appunto valutando la possibilità di inviare nuove truppe in paesi come il Kuwait e navi da guerra nelle acque internazionali della regione. Il tutto con lo scopo primario di aumentare le pressioni sull’Iran e stabilire basi d’appoggio per un’eventuale aggressione militare...

Fonte: http://www.altrenotizie.org/

Russia non permetterà una nuova "tragedia libica" in Siria

Russia non permetterà una nuova
ABU DHABI - La Russia non ammetterà il ripetersi dello scenario libico in Siria. Lo ha dichiarato il titolare del Ministero degli Esteri della Federazione Russa Serghei Lavrov. La posizione di Mosca è ispirata alla necessità di dialogo tra le autorità e l’opposizione di questo Paese. La risoluzione dell’Onu sulla Libia è stata gravemente violata il che ha arrecato un grave danno alla reputazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni .

È diventata operativa la base radar Usa in Turchia

È diventata operativa la base radar Usa in Turchia
ISTANBUL - Una base militare radar degli Stati Uniti è diventata operativa nella città sud-orientale turca di Sirnak, vicino al confine dell'Iraq, lo ha riferito la Press TV. Secondo quanto hanno riferito le fonti turche ci è voluto un anno per costruire questa base radar, che è totalmente sotto controllo degli Usa. La base radar è situata su una collina nel quartiere Gurvil di Sirnak, e il suo centro di controllo si trova presso la base aerea di Incirlik nel sud della Turchia. La base radar potrebbe essere utilizzata per controllare i droni degli Stati Uniti e monitorare lo spazio aereo del nord dell'Iraq. Il radar ha una portata media di 2.000 chilometri.

Iran: rete elettrica verrà connessa a quella della Russia

Iran: rete elettrica verrà connessa a quella della Russia
TEHERAN - Il vice ministro dell'Energia iraniano ha dichiarato che l’Iran ha in programma di collegare la propria rete di energia elettrica alla Russia e anche sincronizzare la sua rete elettrica con quella del Libano. "I negoziati con Baku sono in corso per il collegamento della rete elettrica dell'Iran alla Russia attraverso l'Azerbaijan", ha detto Mohammad Behzad aggiungendo che simili negoziati verranno avviati anche "con gli Stati del sud del Golfo Persico e con il Libano". Attualmente l'Iran effettua lo scambio energetico con certi paesi asiatici come Armenia, Pakistan, Turchia, Azerbaijan, Nakhichevan, Iraq e Afghanistan.

Roma, i senza fissa dimora sono 6 mila Licenziamenti e divorzi, allarme povertà

Molti sono stranieri, ma oltre il 40% sono italiani ridotti all'indigenza. L'età di abbassa, aumenta l'alcolismo.

Un senza tetto su una panchina romana

ROMA - A Roma vivono circa 6mila senza fissa dimora: 4mila dormono ogni notte in strada, mille sono ospiti nei centri di accoglienza notturni del Comune e delle associazioni di volontariato, altri mille ancora occupano ripari di fortuna (fabbricati fatiscenti, baracche, ecc.), secondo i dati diffusi a settembre in occasione della presentazione delle iniziative a sostegno dei 'senza fissa dimorà, promosse dall'Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini e da Commercity, in collaborazione con la Rete della Solidarietà e con la Comunità di Sant'Egidio. Secondo la stessa fonte, a Milano ne vivono 5mila, a Torino 2mila e poco meno a Bologna, Napoli e Firenze. In Italia ci sono in totale 17mila homeless. Con l'espressione senza fissa dimora si indicano quelle persone che vivono in situazioni di povertà estrema o emarginazione grave, e hanno bisogno sia di beni materiali di prima sopravvivenza, dalla casa all'igiene, sia di beni post-materialistici ovvero i rapporti con la famiglia, con la comunità in cui si vive e con la società in generale. Si tratta di una popolazione sempre più giovane, si abbassa l'età media sia tra gli italiani che tra gli stranieri, che spesso ha situazioni multiproblematiche: più del 20% sono alcolisti, il 15% tossici mentre un altro 15% ha problemi psichici. Il 60% dei senza fissa dimora sono stranieri, la maggior parte dei quali provenienti dai Paesi dell'Est, dall'Afghanistan e rifugiati, mentre il 40% sono italiani. E sono soprattutto questi ultimi a chiedere ospitalità nei centri di accoglienza. Nell'ultimo anno si sono notati numeri maggiori di italiani, anche in situazioni di border line, ossia di persone non completamente ritiratesi dalla vita sociale, nuove forme di povertà che sono scaturite da eventi straordinari quali un licenziamento, un divorzio, una malattia invalidante.

Tibet, Cina e Dalai Lama ai ferri corti guerra sulla scelta del successore

Pechino: la reincarnazione del Buddha se non è autorizzata è un crimine. Tenzin Gyatzo: la scelta spetta soltanto a noi.

Il Dalai Lama (foto Itsuo Inouye - Ap)
di Franca Giansoldati

ROMA - Il Dalai Lama non cede di un millimetro e torna a fare sapere al governo di Pechino che spetta solo a lui e ai saggi che lo affiancano stabilire quali sono le procedure che tradizionalmente portano ad identificare il suo successore. Il capo spirituale del buddismo tibetano ha anche aggiunto (mandando su tutte le furie la Cina) che il governo cinese in questo processo non avrà nessun ruolo. La replica di Pechino, arrivata qualche tempo fa, non si è fatta attendere: la reincarnazione del Buddha senza l’autorizzazione del governo è da considerarsi un crimine. Tenzin Gyatzo, abituato alle minacce delle autorità cinesi, va avanti. Nato nel 1935 in un piccolo villaggio del Tibet nord-orientale, all’età di due anni fu riconosciuto la reincarnazione del suo predecessore, il tredicesimo Dalai Lama, l’Oceano di Saggezza, vale a dire la manifestazione del Buddha della Compassione che avrebbe scelto proprio la via della reincarnazione per servire l’umanità. Sicché quando il tredicesimo Dalai Lama morì, nel 1935, il Governo Tibetano si trovò non tanto a nominare un successore ma a scoprire in quale bambino il Buddha della Compassione si era incarnato. La cosa non si annunciava semplice ma tutti sapevano che il piccolo prescelto sarebbe stato annunciato da segni inequivocabili. Come è sempre avvenuto. Stavolta, invece, la successione si presenta decisamente più complicata che non in passatoperchè alle difficoltà di sempre si aggiungono anche problemi di tipo politico: se la scelta non passerà dal governo centrale saranno dolori. L’attuale Dalai Lama preoccupato per le mire espansionistiche cinesi ha così messo le mani avanti cercando di blindare la procedura e assicurarsi che questa possa avvenire liberamente, senza condizionamenti di sorta. Il portavoce del ministro degli Esteri cinese, Hong Lei, aveva fatto sapere che ogni decisione in merito alla nomina del prossimo Oceano di Saggezza attraverso la tradizionale reincarnazione sarà fuori legge e, pertanto, punita severamente. Hong ha inoltre sottolineato che la sfera religiosa in Cina resterà sotto il controllo governativo e che il buddismo tibetano non fa eccezione, aggiungendo che il Dalai Lama al momento è un titolo illegale. Ma quali sono i segni coi quali il Buddah si manifesta? Si racconta che quando morì il tredicesimo Dalai Lama e il suo corpo fu posto in un santuario, la testa si girò misteriosamente due volte verso Est, indicando la direzione della ricerca. Poi arrivarono premonizioni e fu vista in sogno una casa con mattonelle turchesi. Una descrizione dettagliata che portò i monaci nel Takster. Lì trovarono un bambino di due anni che riconobbe subito il rosario del Dalai Lama defunto, chiedendo che gli venisse ridato. Dopo molte altre prove, il Dalai Lama fu posto sul trono nel 1940.

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Israele accelera costruzione insediamenti L'Anp: così si mina il processo di pace

La ritorsione di Netanyahu dopo ammissione della Palestina all'Unesco. Sospeso trasferimento fondi ad Autorità palestinese.

Benjamin Netanyahu (foto Abir Sultan - Ansa)

ROMA - Israele fermerà temporaneamente il trasferimento di fondi all’Autorità nazionale palestinese dopo l’adesione all’Unesco. Lo si apprende da fonti ufficiali. Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha deciso anche di accelerare la costruzione di insediamenti in varie parti della Cisgiordania. Lo hanno reso noto fonti ufficiali con un comunicato. All’indomani dell’adesione della Palestina all’Unesco, Israele cerca di mettere a punto contromisure che esprimano la propria totale insoddisfazione per uno sviluppo che, secondo i dirigenti dello Stato ebraico, crea un ostacolo in più nel processo di pace e solleva interrogativi pesanti sulle intenzioni dell’Autorità nazionale palestinese. «Non resteremo con le braccia conserte», aveva detto ieri in parlamento il premier Benyamin Netanyahu, che oggi ha convocato a Gerusalemme i sette ministri principali del governo per definire una linea di azione nei confronti sia dell’Unesco sia dell’Anp: tra le possibili contromisure si sarebbe parlato anche del rilancio di progetti edili ebraici a Gerusalemme est. L'Anp: così si distrugge il processo di pace. La presidenza palestinese ha detto che l'accelerazione impressa da Israele alla costruzione di insediamenti «e una decisione che accelera la distruzione del processo di pace». Da parte loro i mezzi stampa palestinesi accolgono con grande compiacimento la decisione dell’Unesco, che nei Territori viene vista come un ulteriore passo verso l’obiettivo di creare uno stato indipendente. Nel prossimo futuro il Consiglio di sicurezza dell’Onu dovrebbe pronunciarsi sulla richiesta di adesione della Palestina. Nel frattempo la leadership dell’Anp si accinge a chiedere l’adesione ad altre sedici agenzie internazionali. Ieri Netanyahu ha sostenuto alla Knesset che questo insieme di attività del presidente Abu Mazen rappresenta una infrazione degli accordi di Oslo, in quanto sono tutte ispirate da un carattere unilaterale. Prima della seduta ristretta del governo, il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman ha opinato che è giunto il momento di troncare i rapporti con l’Anp. Il ministro delle Finanze, Yuval Steinitz, ha proposto di congelare i versamenti che Israele fa di norma sia all’Unesco che all’Anp. E se l’Autorità palestinese crollasse, o forse smantellata dallo stesso Abu Mazen? La risposta, in forma anonima, è giunta da un ministro citato dalla radio militare: Abu Mazen, a suo giudizio, sembra puntare verso uno stato palestinese indipendente, ostile ad Israele e non vincolato da legami di reciprocità. «E se questa è la situazione, non ci rattristeremmo troppo per la sua caduta», ha concluso.

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Crisi, Napolitano: subito misure governo Berlusconi riunisce i ministri: nulla di fatto

Nuovi contrasti con Tremonti. Quirinale verificherà su larghe intese. Ultimatum imprese. Bersani a presidente Repubblica: Pd pronto. Terzo Polo: premier in Aula prima del G20.

Silvio Berlusconi (foto Alessandro Di Meo - Ansa)

ROMA - Dopo il crollo della Borsa e le fibrillazioni nella Ue alla vigilia del G20, Silvio Berlusconi ha anticipato il suo rientro a Roma e ha tenuto stasera un vertice, infruttuoso, per accelerare le decisioni sulle misure da prendere. Giorgio Napolitano dal canto suo chiede subito misure efficaci, e lo stesso fanno le imprese, mentre le opposizioni chiedono un passo indietro del governo. SONDAGGIO: il governo è chiamato a prendere misure urgenti ed efficaci. Secondo voi saprà farlo? Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dinanzi all'ulteriore aggravarsi della posizione italiana nei mercati finanziari, e alla luce dei molteplici contatti stabiliti nel corso della giornata - si legge in una nota del Quirinale - considera ormai «improrogabile l'assunzione di decisioni efficaci nell'ambito della lettera di impegni indirizzata dal governo alle autorità europee. Il Presidente del Consiglio gli ha confermato il proprio intendimento di procedere in tal senso. Dal canto loro, diversi rappresentanti dei gruppi di opposizione gli hanno manifestato la disponibilità a prendersi le responsabilità necessarie in rapporto all'aggravarsi della crisi. Nell'attuale, così critico momento il Paese può contare su un ampio arco di forze sociali e politiche consapevoli della necessità di una nuova prospettiva di larga condivisione delle scelte che l'Europa, l'opinione internazionale e gli operatori economici e finanziari si attendono con urgenza dall'Italia. Il Capo dello Stato ritiene suo dovere verificare le condizioni per il concretizzarsi di tale prospettiva». Napolitano non parla mai dell'ipotesi di nuovi governi, di esecutivi tecnici o di salvezza nazionale, ma lascia intendere che non può non ascoltare anche le richieste che stanno montando con forza dalle opposizioni e da una ampia fetta di forze sociali. Attraverso «i molteplici contatti stabiliti nel corso della giornata», Napolitano ha potuto constatare la reciproca diffidenza: Berlusconi intende procedere senza coinvolgere le opposizioni; le quali, pur auspicando le larghe intese, ribadiscono di non poter condividere scelte dell'attuale governo. Chiedono una netta discontinuità, ovvero un nuovo esecutivo. Una posizione, quest'ultima, condivisa da sindacati e Confindustria. Berlusconi è atterrato a Ciampino e si è diretto subito a Palazzo Chigi, dove è arrivato poco dopo le 17, senza la consueta tappa a Palazzo Grazioli. Questa mattina la presidenza del Consiglio aveva comunicato che Berlusconi seguiva «l'evoluzione dei mercati finanziari tenendosi in stretto contatto, con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta e con il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti» e che le misure del Governo «saranno applicate con la consapevolezza, il rigore e la tempestività imposti dalla situazione». Berlusconi ha avuto secondo Palazzo Chigi un lungo e cordiale colloquio telefonico con Angela Merkel. Al centro della telefonata, l'analisi della situazione economica e finanziaria che si è venuta a creare a seguito dell'annuncio della Grecia di indire il referendum. Successivamente Berlusconi ha avuto un colloquio telefonico con il Giorgio Napolitano. Al capo dello Stato ha riferito della telefonata con il cancelliere Merkel e lo ha aggiornato sulla situazione e sulle misure che il governo intende adottare in tempi rapidi.

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Banche, assicurazioni, imprese e Coop a Berlusconi: "Subito le misure o lasci"

Abi, Alleanza delle cooperative, Ania, Confindustria, e Rete imprese Italia si rivolgono al presidente del Consiglio: "Verifichi se ci sono le condizioni per "assumere immediatamente le misure che sono necessarie", o "e tragga altrimenti le conseguenze e lo faccia rapidamente nell'interesse dell'Italia"

MILANO - "Rivolgiamo un appello forte al presidente del Consiglio. Verifichi se ci sono le condizioni affinché questo governo e questa maggioranza possano assumere immediatamente le misure che sono necessarie per ripristinare la fiducia nell'Italia da parte dei mercati, dell'Unione europea e della Comunità internazionale". Così, in una nota, congiunta Abi, Alleanza delle cooperative, Ania, Confindustria, Rete imprese Italia si rivolgono al presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, aggiungendo: "ne tragga altrimenti le conseguenze e lo faccia rapidamente, nell'interesse dell'Italia". "Dobbiamo evitare che la sfiducia dei mercati e della comunità internazionale ci travolga. Chiediamo al Governo di agire immediatamente, mettendo in atto i provvedimenti che ci sono stati chiesti ad agosto dalla Bce e nei giorni scorsi nel comunicato finale del Consiglio Europeo". Il G-20 del 3 e 4 novembre di Cannes deve essere l'occasione per presentare alla comunità internazionale i risultati concreti dell'azione di Governo. "Se ciò non avverrà - prosegue il comunicato - il Governo si assumerà una responsabilità storica nei confronti degli italiani e di tutta la comunità internazionale".
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L’ex ministro che fa causa per la super pensione

Per un politico 9 mila euro di assegno previdenziale non sono sufficienti, e chiede un aumento di 6 mila

Chi si accontenta gode, è un motto sempre valido. In questi tempi di crisi però chi guadagna molto forse dovrebbe ricordarsi queste parole, specie se ha avuto incarichi pubblici di grande rilevanza. E’ il caso di Hans Eichel, ministro presidente dell’Assia e titolare del dicastero delle Finanze nei governi Schroeder, che ha fatto causa per avere una pensione da 14 mila euro. Quella da quasi 9 mila non gli bastava.

LA SUPER PENSIONE DELL’EX MINISTRO – In questo momento Hans Eichel percepisce un assegno previdenziale di circa ottomila e duecento euro. Una lauta pensione, che deriva dalla somma delle indennità di parlamentare e di ministro. Eichel è stato un membro del Bundestag dal 2002 al 2009, e in precedenza era stato ministro delle Finanze dal 1999 al 2005, durante i governi rosso-verdi. Eichel ha fatto causa allo Stato tedesco perché nel suo assegno previdenziale non gli sono stati conteggiati gli anni da funzionario pubblico – era un insegnante di liceo – e da sindaco della città di Kassel, della quale è stato primo cittadino per una quindicina d’anni. Un periodo di tempo abbastanza lungo, che gli farebbe maturare una pensione ancora più munifica. Se anche quei contributi versati fossero conteggiati, l’assegno dello Stato tedesco salirebbe sopra ai 14 mila euro. Un aumento di 6350 che Eichel chiede in tribunale da ormai tre anni. La causa è arrivata ora al suo momento decisivo: in prima istanza il tribunale amministrativo aveva dato ragione all’ex ministro, mentre il secondo grado del giudizio aveva invece confermato la regolarità dell’attuale pensione.

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Grecia, cambiati tutti i vertici militari

La decisione presa dal premier Papandreou all'indomani della scelta del referendum sul piano di salvataggio Ue

Il premier greco Geoges Papandreou (Ap)
Il premier greco Geoges Papandreou (Ap)
MILANO - La Grecia ha annunciato oggi il cambiamento di tutti i suoi vertici militari, nel pieno di una crisi economico-politica che potrebbe portare alla caduta del governo dopo la decisione a sorpresa, annunciata lunedì sera dal premier Georges Papandreou, di indire un referendum sul piano di salvataggio europeo del Paese. Un consiglio di sicurezza dello Stato, riunito sotto presidenza dello stesso Papandreou, ha sostituito i capi di stato maggiore di Esercito, Marina e Aviazione e il capo di stato maggiore Interforze, e ha inoltre sostituito una dozzina di alti ufficiali dell'Esercito e della Marina.
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Giappone, nuove verifiche a Fukushima

(ANSA) - TOKYO - La societa' di gestione della centrale nucleare giapponese di Fukushima, danneggiata da terremoto e tsunami dell'11 marzo, ha registrato, nel corso di alcune verifiche, possibili segnali di fissione. Al momento, pero', non si sono registrati cambiamenti nei livelli delle temperature ne' altre anomalie. In attesa di ulteriori accertamenti e verifiche, la societa' ha precisato che le misure per l'arresto a freddo procederanno secondo i piani stabiliti.