Divulgo quello che ... non tutti dicono ... / Perchè il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione. (Edmund Burke)
mercoledì 2 novembre 2011
IL CASO Milano, Moratti e Albertini in Tribunale I due ex sindaci spiegano l'affare derivati
Si può mollare l’Euro?
C’è un fantasma che si aggira per la Grecia, indisturbato. E’ qualcosa che molti pensano, ma che nessuno confessa ad alta voce; che nessuno vuole dire, o ammettere. E’ la sfiducia verso l’euro, verso la moneta unica e, dunque, verso l’Europa; verso il destino unito del vecchio continente in questi periodi di crisi. L’economia ellenica sta facendo uno dei botti più rumorosi che si ricordino, e si sta delineando un futuro nefasto: la Grecia potrebbe davvero uscire dall’Unione Monetaria europea. E dunque dall’duro.
TORNARE ALLA DRACMA – C’è chi pensa che sarebbe una strage, un dramma. E c’è chi pensa che sarebbe salutare: mollare l’euro, salutare l’Europa e tornare alla cara, vecchia dracma. Come se l’Italia, di colpo, tornasse alla lira (soluzione peraltro paventata anche da noi nei mesi scorsi, all’inizio di questa turbolenza finanziaria). C’è un crescente movimento, in Grecia (loracconta il New York Times), di intellettuali, pensatori ed esperti che da qualche settimana sta teorizzando, calcolando e cercando di immaginare lo scenario che verrebbe a crearsi se davvero la Grecia uscisse dall’euro: e i risultati delle proiezioni, pur discordanti e tutti da confermare, restituiscono uno scenario non così proibitivo come si penserebbe. Insomma, secondo alcuni, se la Grecia uscisse dall’euro non sarebbe poi male. “I difensori della dracma affermano che le maggiori paure sono gonfiate. Certo, ci sarebbe panico e disordine inizialmente”, dice il Times: “Ma, come il caso argentino, dove dopo il crollo del dollaro le esportazioni sono partite a razzo grazie ad una valuta più economica, la possibilità di controllare la dracma finirebbe per risultare a favore della Grecia”. Di certo la Grecia verrebbe cacciata dal club dei grandi e ci vorrebbero “anni” per ritornare “nel mercato finanziario mondiale”.
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http://www.giornalettismo.com/archives/163979/si-puo-mollare-leuro/
Tumori, arriva il farmaco multi-cancro
Parte la maxisperimentazione
Sta per partire a Londra uno studio clinico di fase I per testare un farmaco multi-cancro, l’L-NNA che agisce su diversi tumori solidi, al seno, all’intestino e ai polmoni.
ANTI-ANGIOGENICO – Si tratta di un farmaco anti-angiogenico: agisce sui vasi sanguigni che portano ossigeno e nutrienti al tumore, costringendoli, in modo da ridurre la possibilita’ di crescita del cancro. ‘Tutti i tumori contano sulla fornitura di ossigeno e nutrienti vitali attraverso i vasi sanguigni – afferma Peter Hoskin, dal Mount Vernon Cancer Centre di Londra, dove avra’ luogo lo studio – senza un apporto di sangue, un tumore non puo’ crescere oltre le dimensioni di una testa di spillo’.
LA SPERIMENTAZIONE – La sperimentazione sara’ condotta su 25-40 pazienti, partira’ ad aprile del 2012 e terminera’ a febbraio del 2014. Tutti i volontari riceveranno una sola dose di L-NNA, e saranno sottoposti ad una serie di test (analisi del sangue, Tac, controllo della pressione ed elettrocardiogramma) per monitorare l’azione dell’L-NNA e gli eventuali effetti collaterali. Le reazioni previste potrebbero riguardare un aumento della pressione del dangue, una ridotta funzionalita’ renale e la crescita del rischio di insufficienza cardiaca.(ANSA).
Haaretz: "Israele si prepara ad attaccare l'Iran". RaiNews chiama un giornalista israeliano a fare propaganda
Ma che cosa succede se un Paese va in default? Dalla Grecia all'Italia, ecco i rischi per gli Stati
Chiunque può fare default, cioè fallire. Può essere insolvente un individuo, ma anche una famiglia, oppure un'azienda, un ospedale, una banca, un Comune e pure uno Stato. I conti sono in rosso (le spese superano le entrate) e non si riesce più a pagare i creditori. Ovviamente cambia la scala degli effetti. Se a essere sopraffatto dai debiti è un singolo cittadino, lascerà da saldare l'affitto, le rate dell'auto, il finanziamento della banca... Se fallisce un'azienda, il peso ricadrà su dipendenti e fornitori. Se un Comune, interviene lo Stato centrale e i servizi ai cittadini proseguono (magari ridimensionati). Ma se è uno Stato a fare default, significa che non è più in grado di fronteggiare gli impegni economici assunti: dal rimborso alla scadenza prevista del denaro preso in prestito per finanziarsi attraverso l'emissione di titoli di Stato, agli stipendi da pagare ai dipendenti pubblici.
Il fallimento dell'Argentina nel 2001 è un ricordo ancora vivo nei risparmiatori italiani che avevano nel proprio portafoglio i tango bond: divennero carta straccia. Ma è vivo soprattutto nella classe media argentina che si trovò sul lastrico. Certo, Buenos Aires è ancora lì, però popolazione e risparmiatori hanno pagato a caro prezzo le scelte economiche e politiche - sbagliate - della Casa Rosada. Ma com'è possibile che uno Stato dell'Eurozona faccia default? In effetti nel 1992 il Trattato di Maastricht introdusse il tetto del 3% del Pil per il deficit e del 60% del Pil per il debito pubblico come condizioni da realizzare entro il 1997 per i Paesi che volessero entrare nell'euro. Poi venne anche il Patto di stabilità, ovvero l'accordo che imponeva il controllo delle proprie politiche di bilancio per mantenere fissi i parametri di Maastricht e che introduceva anche le sanzioni. Gli Stati, chi più chi meno, non hanno rispettato i parametri. La Grecia è arrivata a truccare i conti. L'Italia ha semplicemente un deficit pari al 3,9% del Pil e un debito del 120,6% sul Pil.
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Il Cavaliere pensa a «misure choc». Tra le ipotesi, patrimoniale e prelievo forzoso
«Mi hanno detto di fare come Amato», spiega il Cavaliere, che evoca così un'altra stagione economica drammatica, quella del '92, e le misure draconiane che vennero allora adottate per salvare la lira: guarda caso una patrimoniale sulla casa, un prelievo sui conti correnti e i depositi bancari, il blocco per un anno dei contratti del pubblico impiego e il blocco delle pensioni di anzianità. Tanto basta per far spuntare sul volto del premier una smorfia di disgusto mista a disappunto, perché ognuno di questi provvedimenti sarebbe «contrario ai miei capisaldi», al credo che ha divulgato per venti anni e che in parte ha già dovuto abbandonare con la manovra estiva.
Mentre i Btp continuano a cedere terreno sui listini, Berlusconi spiega alla Merkel che «farò quanto è necessario per difendere fino in fondo la credibilità dell'Italia», e con essa anche ciò che resta della sua credibilità nel consesso mondiale. Nel corso del colloquio il premier ribadisce che «il mio governo intende rispettare gli impegni», ma intanto si chiede e chiede «cosa posso fare più di quanto ho fatto». La risposta della cancelliera tedesca non si fa attendere, è un suggerimento che somiglia tanto a una perentoria richiesta: far validare intanto da un voto del Parlamento le linee guida del piano di risanamento presentato in Europa, una sorta di imprimatur preventivo in attesa dell'approvazione dei provvedimenti. La piena ha superato ampiamente i livelli di guardia quando Berlusconi accenna a Napolitano le «misure choc», prospettate ancora come ipotesi, segno della confusione che regna nella maggioranza e che viene indirettamente confermata dall'assenza di Bossi al vertice serale di Palazzo Chigi. E se è vero che la conversazione con il presidente della Repubblica convince il premier che «al Quirinale non si ordiscono trappole», è altrettanto vero che il Colle è risoluto nel chiedere atti di governo che tolgano l'Italia dal mirino della speculazione finanziaria. Il punto però non è stabilire quale sia il mezzo con cui varare i provvedimenti, poco importa se si tratti di decreti e di emendamenti da inserire nella legge di Stabilità: il nodo è il contenuto.
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Crisi: Casini Rutelli e Bocchino al Colle da Napolitano
Usa: truppe dall’Iraq al Golfo Persico?
L’annuncio di Barack Obama del completo ritiro dei militari americani dal paese mediorientale invaso nel 2003 entro la fine dell’anno è giunta il 21 ottobre scorso ed è stata propagandata come il mantenimento della promessa elettorale di porre fine ad una guerra profondamente impopolare. La retorica del presidente nasconde però a malapena una realtà ben diversa.
Innanzitutto, la fine dell’occupazione dell’Iraq era già stata negoziata nel 2008 da George W. Bush con il governo di Baghdad e, soprattutto, l’amministrazione democratica ha cercato disperatamente di convincere il premier Maliki a mantenere nel paese oltre il 31 dicembre prossimo un contingente americano fino a venti mila soldati, sotto forma di addestratori e consiglieri militari. I tentativi americani sono cessati solo quando è stata accertata l’impossibilità di raccogliere il consenso necessario nel Parlamento iracheno per una decisione che avrebbe perpetuato la presenza di un contingente militare che in quasi nove anni di occupazione ha causato oltre un milione di morti e la totale devastazione del paese.
Nonostante il fallimento degli Stati Uniti nel modificare il cosiddetto “Status of Forces Agreement” (SOFA) con Baghdad, Washington non ha alcuna intenzione di abbandonare l’Iraq. A più di cinque mila contractor privati (mercenari) che invaderanno il paese sotto il controllo del Dipartimento di Stato si devono aggiungere infatti circa 16 mila civili alle dipendenze del governo americano, molti dei quali impiegati nell’ambasciata USA della capitale, la più grande del pianeta.
In ogni caso, il relativo disimpegno dall’Iraq sarà bilanciato da una rinnovata presenza militare americana in altri paesi alleati del Golfo Persico, come ha messo in luce un articolo pubblicato domenica scorsa dal New York Times. Citando diplomatici e alti ufficiali militari, il quotidiano newyorchese rivela come l’amministrazione Obama sta appunto valutando la possibilità di inviare nuove truppe in paesi come il Kuwait e navi da guerra nelle acque internazionali della regione. Il tutto con lo scopo primario di aumentare le pressioni sull’Iran e stabilire basi d’appoggio per un’eventuale aggressione militare...
Fonte: http://www.altrenotizie.org/
Russia non permetterà una nuova "tragedia libica" in Siria
È diventata operativa la base radar Usa in Turchia
Iran: rete elettrica verrà connessa a quella della Russia
Roma, i senza fissa dimora sono 6 mila Licenziamenti e divorzi, allarme povertà
Molti sono stranieri, ma oltre il 40% sono italiani ridotti all'indigenza. L'età di abbassa, aumenta l'alcolismo.
ROMA - A Roma vivono circa 6mila senza fissa dimora: 4mila dormono ogni notte in strada, mille sono ospiti nei centri di accoglienza notturni del Comune e delle associazioni di volontariato, altri mille ancora occupano ripari di fortuna (fabbricati fatiscenti, baracche, ecc.), secondo i dati diffusi a settembre in occasione della presentazione delle iniziative a sostegno dei 'senza fissa dimorà, promosse dall'Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini e da Commercity, in collaborazione con la Rete della Solidarietà e con la Comunità di Sant'Egidio. Secondo la stessa fonte, a Milano ne vivono 5mila, a Torino 2mila e poco meno a Bologna, Napoli e Firenze. In Italia ci sono in totale 17mila homeless. Con l'espressione senza fissa dimora si indicano quelle persone che vivono in situazioni di povertà estrema o emarginazione grave, e hanno bisogno sia di beni materiali di prima sopravvivenza, dalla casa all'igiene, sia di beni post-materialistici ovvero i rapporti con la famiglia, con la comunità in cui si vive e con la società in generale. Si tratta di una popolazione sempre più giovane, si abbassa l'età media sia tra gli italiani che tra gli stranieri, che spesso ha situazioni multiproblematiche: più del 20% sono alcolisti, il 15% tossici mentre un altro 15% ha problemi psichici. Il 60% dei senza fissa dimora sono stranieri, la maggior parte dei quali provenienti dai Paesi dell'Est, dall'Afghanistan e rifugiati, mentre il 40% sono italiani. E sono soprattutto questi ultimi a chiedere ospitalità nei centri di accoglienza. Nell'ultimo anno si sono notati numeri maggiori di italiani, anche in situazioni di border line, ossia di persone non completamente ritiratesi dalla vita sociale, nuove forme di povertà che sono scaturite da eventi straordinari quali un licenziamento, un divorzio, una malattia invalidante.
Tibet, Cina e Dalai Lama ai ferri corti guerra sulla scelta del successore
Pechino: la reincarnazione del Buddha se non è autorizzata è un crimine. Tenzin Gyatzo: la scelta spetta soltanto a noi.
ROMA - Il Dalai Lama non cede di un millimetro e torna a fare sapere al governo di Pechino che spetta solo a lui e ai saggi che lo affiancano stabilire quali sono le procedure che tradizionalmente portano ad identificare il suo successore. Il capo spirituale del buddismo tibetano ha anche aggiunto (mandando su tutte le furie la Cina) che il governo cinese in questo processo non avrà nessun ruolo. La replica di Pechino, arrivata qualche tempo fa, non si è fatta attendere: la reincarnazione del Buddha senza l’autorizzazione del governo è da considerarsi un crimine. Tenzin Gyatzo, abituato alle minacce delle autorità cinesi, va avanti. Nato nel 1935 in un piccolo villaggio del Tibet nord-orientale, all’età di due anni fu riconosciuto la reincarnazione del suo predecessore, il tredicesimo Dalai Lama, l’Oceano di Saggezza, vale a dire la manifestazione del Buddha della Compassione che avrebbe scelto proprio la via della reincarnazione per servire l’umanità. Sicché quando il tredicesimo Dalai Lama morì, nel 1935, il Governo Tibetano si trovò non tanto a nominare un successore ma a scoprire in quale bambino il Buddha della Compassione si era incarnato. La cosa non si annunciava semplice ma tutti sapevano che il piccolo prescelto sarebbe stato annunciato da segni inequivocabili. Come è sempre avvenuto. Stavolta, invece, la successione si presenta decisamente più complicata che non in passatoperchè alle difficoltà di sempre si aggiungono anche problemi di tipo politico: se la scelta non passerà dal governo centrale saranno dolori. L’attuale Dalai Lama preoccupato per le mire espansionistiche cinesi ha così messo le mani avanti cercando di blindare la procedura e assicurarsi che questa possa avvenire liberamente, senza condizionamenti di sorta. Il portavoce del ministro degli Esteri cinese, Hong Lei, aveva fatto sapere che ogni decisione in merito alla nomina del prossimo Oceano di Saggezza attraverso la tradizionale reincarnazione sarà fuori legge e, pertanto, punita severamente. Hong ha inoltre sottolineato che la sfera religiosa in Cina resterà sotto il controllo governativo e che il buddismo tibetano non fa eccezione, aggiungendo che il Dalai Lama al momento è un titolo illegale. Ma quali sono i segni coi quali il Buddah si manifesta? Si racconta che quando morì il tredicesimo Dalai Lama e il suo corpo fu posto in un santuario, la testa si girò misteriosamente due volte verso Est, indicando la direzione della ricerca. Poi arrivarono premonizioni e fu vista in sogno una casa con mattonelle turchesi. Una descrizione dettagliata che portò i monaci nel Takster. Lì trovarono un bambino di due anni che riconobbe subito il rosario del Dalai Lama defunto, chiedendo che gli venisse ridato. Dopo molte altre prove, il Dalai Lama fu posto sul trono nel 1940.
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Israele accelera costruzione insediamenti L'Anp: così si mina il processo di pace
La ritorsione di Netanyahu dopo ammissione della Palestina all'Unesco. Sospeso trasferimento fondi ad Autorità palestinese.
ROMA - Israele fermerà temporaneamente il trasferimento di fondi all’Autorità nazionale palestinese dopo l’adesione all’Unesco. Lo si apprende da fonti ufficiali.
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Crisi, Napolitano: subito misure governo Berlusconi riunisce i ministri: nulla di fatto
Nuovi contrasti con Tremonti. Quirinale verificherà su larghe intese. Ultimatum imprese. Bersani a presidente Repubblica: Pd pronto. Terzo Polo: premier in Aula prima del G20.
ROMA - Dopo il crollo della Borsa e le fibrillazioni nella Ue alla vigilia del G20, Silvio Berlusconi ha anticipato il suo rientro a Roma e ha tenuto stasera un vertice, infruttuoso, per accelerare le decisioni sulle misure da prendere. Giorgio Napolitano dal canto suo chiede subito misure efficaci, e lo stesso fanno le imprese, mentre le opposizioni chiedono un passo indietro del governo. SONDAGGIO: il governo è chiamato a prendere misure urgenti ed efficaci. Secondo voi saprà farlo? Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dinanzi all'ulteriore aggravarsi della posizione italiana nei mercati finanziari, e alla luce dei molteplici contatti stabiliti nel corso della giornata - si legge in una nota del Quirinale - considera ormai «improrogabile l'assunzione di decisioni efficaci nell'ambito della lettera di impegni indirizzata dal governo alle autorità europee. Il Presidente del Consiglio gli ha confermato il proprio intendimento di procedere in tal senso. Dal canto loro, diversi rappresentanti dei gruppi di opposizione gli hanno manifestato la disponibilità a prendersi le responsabilità necessarie in rapporto all'aggravarsi della crisi. Nell'attuale, così critico momento il Paese può contare su un ampio arco di forze sociali e politiche consapevoli della necessità di una nuova prospettiva di larga condivisione delle scelte che l'Europa, l'opinione internazionale e gli operatori economici e finanziari si attendono con urgenza dall'Italia. Il Capo dello Stato ritiene suo dovere verificare le condizioni per il concretizzarsi di tale prospettiva». Napolitano non parla mai dell'ipotesi di nuovi governi, di esecutivi tecnici o di salvezza nazionale, ma lascia intendere che non può non ascoltare anche le richieste che stanno montando con forza dalle opposizioni e da una ampia fetta di forze sociali. Attraverso «i molteplici contatti stabiliti nel corso della giornata», Napolitano ha potuto constatare la reciproca diffidenza: Berlusconi intende procedere senza coinvolgere le opposizioni; le quali, pur auspicando le larghe intese, ribadiscono di non poter condividere scelte dell'attuale governo. Chiedono una netta discontinuità, ovvero un nuovo esecutivo. Una posizione, quest'ultima, condivisa da sindacati e Confindustria. Berlusconi è atterrato a Ciampino e si è diretto subito a Palazzo Chigi, dove è arrivato poco dopo le 17, senza la consueta tappa a Palazzo Grazioli. Questa mattina la presidenza del Consiglio aveva comunicato che Berlusconi seguiva «l'evoluzione dei mercati finanziari tenendosi in stretto contatto, con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta e con il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti» e che le misure del Governo «saranno applicate con la consapevolezza, il rigore e la tempestività imposti dalla situazione». Berlusconi ha avuto secondo Palazzo Chigi un lungo e cordiale colloquio telefonico con Angela Merkel. Al centro della telefonata, l'analisi della situazione economica e finanziaria che si è venuta a creare a seguito dell'annuncio della Grecia di indire il referendum. Successivamente Berlusconi ha avuto un colloquio telefonico con il Giorgio Napolitano. Al capo dello Stato ha riferito della telefonata con il cancelliere Merkel e lo ha aggiornato sulla situazione e sulle misure che il governo intende adottare in tempi rapidi.
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Banche, assicurazioni, imprese e Coop a Berlusconi: "Subito le misure o lasci"
Abi, Alleanza delle cooperative, Ania, Confindustria, e Rete imprese Italia si rivolgono al presidente del Consiglio: "Verifichi se ci sono le condizioni per "assumere immediatamente le misure che sono necessarie", o "e tragga altrimenti le conseguenze e lo faccia rapidamente nell'interesse dell'Italia"
L’ex ministro che fa causa per la super pensione
Per un politico 9 mila euro di assegno previdenziale non sono sufficienti, e chiede un aumento di 6 mila
Chi si accontenta gode, è un motto sempre valido. In questi tempi di crisi però chi guadagna molto forse dovrebbe ricordarsi queste parole, specie se ha avuto incarichi pubblici di grande rilevanza. E’ il caso di Hans Eichel, ministro presidente dell’Assia e titolare del dicastero delle Finanze nei governi Schroeder, che ha fatto causa per avere una pensione da 14 mila euro. Quella da quasi 9 mila non gli bastava.
LA SUPER PENSIONE DELL’EX MINISTRO – In questo momento Hans Eichel percepisce un assegno previdenziale di circa ottomila e duecento euro. Una lauta pensione, che deriva dalla somma delle indennità di parlamentare e di ministro. Eichel è stato un membro del Bundestag dal 2002 al 2009, e in precedenza era stato ministro delle Finanze dal 1999 al 2005, durante i governi rosso-verdi. Eichel ha fatto causa allo Stato tedesco perché nel suo assegno previdenziale non gli sono stati conteggiati gli anni da funzionario pubblico – era un insegnante di liceo – e da sindaco della città di Kassel, della quale è stato primo cittadino per una quindicina d’anni. Un periodo di tempo abbastanza lungo, che gli farebbe maturare una pensione ancora più munifica. Se anche quei contributi versati fossero conteggiati, l’assegno dello Stato tedesco salirebbe sopra ai 14 mila euro. Un aumento di 6350 che Eichel chiede in tribunale da ormai tre anni. La causa è arrivata ora al suo momento decisivo: in prima istanza il tribunale amministrativo aveva dato ragione all’ex ministro, mentre il secondo grado del giudizio aveva invece confermato la regolarità dell’attuale pensione.
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Grecia, cambiati tutti i vertici militari
La decisione presa dal premier Papandreou all'indomani della scelta del referendum sul piano di salvataggio Ue
| Il premier greco Geoges Papandreou (Ap) |