sabato 8 marzo 2008

Il grande spreco nel cassonetto - L’altra faccia dei bilanci: ogni giorno buttiamo tonnellate di cibo

TORINOIl professor Guido Sertorio, che insegna Sociologia dei consumi all’Università di Torino dice che «gli sprechi sono sempre esistiti. Solo che adesso spesso imperversa una tendenza a usare e gettare i prodotti senza sfruttarli a fondo». Per di più «oggi produciamo una quantità di rifiuti pazzesca». Il guaio è che se ciascun torinese è responsabile ogni giorno di un chilo e mezzo d’immondizia, quasi ottanta grammi sono da registrare alla voce sprechi alimentari. Cibo buttato via. In quantità robuste: il quindici per cento del pane e della pasta acquistati, il diciotto per cento della carne e il dodici di frutta e verdura vanno a finire nei bidoni della spazzatura. Sono ventisette chili l’anno a persona, secondo la media statistica, che però non tiene conto di particolari significativi. «Oggi almeno il trenta per cento della famiglie torinesi vive a cavallo della soglia di povertà – spiega Sertorio -. Difficile credere che questa fascia di popolazione sia dedita alla dissipazione. Anche loro, tuttavia, sono sottoposti alla tentazione». Insomma, se potessero, dilapiderebbero pure loro.Torino macina 500 mila tonnellate di spazzatura l’anno. Di queste, 24 mila sono scarti di cibo: 67 al giorno. I costi sono massicci: si calcola 548 euro a testa, all’anno, solo per il valore di ciò che viene scialato. Ma c’è un costo ulteriore, ed è lo smaltimento dei rifiuti. Mezzi, dipendenti, servizio, gestione degli impianti e delle discariche. Per gli alimentari è un danno più contenuto: se la raccolta differenziata funziona – a Torino siamo al 39 per cento – finisce tutto negli impianti di compostaggio dove il venti per cento viene trasformato in compost. Resta la grana degli imballaggi, ben più inquinanti e costosi da «digerire». Il grande scialo si consuma dentro le mura domestiche. Ma non sembra che al di fuori regni la parsimonia. Basta gettare un’occhiata ai mercati rionali a fine giornata, per vedere casse, ortaggi e frutta ammassati alla rinfusa in attesa di essere prelevati e portati via. Commercianti e venditori ambulanti rifuggono dalla parola spreco. Preferiscono definirli esuberi. Continua ... http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200803articoli/6113girata.asp

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