lunedì 12 maggio 2008

Tra i colonnelli è guerra fredda

Dopo 21 anni alla guida della destra italiana, Fini lascia a La Russa il timone di An per traghettare il partito verso la fusione con Forza Italia. Ma sulla strada non mancano dubbi e scontenti anche per come si sta chiudendo la partita del governo. Il presidente della Camera però non teme contraccolpi o frenate. Parla dall’alto del successo elettorale, al traguardo politico e istituzionale più alto mai raggiunto da un leader della destra. «Non siamo più figli di un dio minore. Abbiamo visto giusto e abbiamo davvero vinto». Per Fini la sua elezione al vertice di Montecitorio non è solo la fine del dopoguerra. E’ «l’ultimo atto di una intuizione politico-culturale che è stata alla base della svolta di Fiuggi». Adesso manca il passo finale, il Pdl: il Popolo della libertà, l’ultimo anello della strategia di Fiuggi. Un discorso di un trionfatore che ora può permettersi di togliersi un «sassolino dalle scarpe» con gli oppositori passati della sua strategia politica. Tra questi oppositori c’è stato Gianni Alemanno e quella componente del partito (la Destra sociale) che ha sempre insistito sull’identità che non deve annacquarsi nel centro. Non ha fatto nomi Fini, ma è chiaro che si riferisse ad Alemanno. E si è preso il «piccolo lusso» di dire che qualche dirigente ha capito la grande sfida del Pdl solo dopo aver avuto la sicurezza di essere incluso nelle liste o di avere avuto posto nel governo.
Continua ...

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